Vittorio Spinazzola
    Tendenze del divismo contemporaneo
    da “FERRANIA”, 1967. I comici: anarchici o piccolo-borghesi?
    di Gianni Canova

    All’inizio degli Anni ‘70 Vittorio Spinazzola pubblica da Bompiani un saggio assolutamente innovativo e originale sul cinema italiano: Cinema e pubblico. Lo spettacolo filmico in Italia 1945-1965. Per la prima volta Spinazzola indaga il cinema italiano non dal punto di vista degli autori, delle poetiche o delle estetiche, né con lo sguardo del critico che giudica e sentenzia, bensì dal punto di vista del pubblico. Mette al centro il consumatore invece del produttore: il che significa che analizza successi
    e insuccessi, valuta gli incassi, ragiona su sorprese e delusioni del mercato
    e lega tutto ciò a una lettura lucidissima dei cambiamenti in atto nella società
    italiana nel periodo compreso fra il dopoguerra e il boom economico. Un libro che ha fatto storia, anche se – purtroppo – non ha fatto scuola. O, almeno, non l’ha fatta come avrebbe meritato. L’uscita del libro è anticipata negli Anni ‘60 da tutta una serie di ricognizioni preliminari e anticipatrici che Spinazzola pubblica su varie riviste di quegli anni fra cui “Ferrania”, bellissima testata tutta da riscoprire e da studiare per la lungimiranza con cui mescola cinema e fotografia, estetica e tecnologia, immagini fisse e immagini in movimento, esperimenti amatoriali e ricerche d’autore. Nel numero del novembre 1967 Spinazzola pubblica – con il titolo Tendenze del divismo contemporaneo – un’interessante riflessione sul ruolo dei comici nello star system nazionale. In buona sostanza, Spinazzola rileva come i grandi mattatori della commedia nazionale – con la sola parziale eccezione di Ugo Tognazzi – abbiano smorzato l’aggressività delle loro maschere e ammorbidito il loro approccio critico nei confronti dell’Italia contemporanea. Con il compimento del boom economico, Sordi, Gassman e Manfredi avrebbero cioè sostanzialmente ridotto il loro “mordente impegno satirico sui costumi medio e piccolo borghesi” in vista di una più accomodante integrazione con l’ambiente circostante. Anarchici all’inizio del decennio, i comici si sarebbero insomma imborghesiti, vanificando gli effetti di satira del loro lavoro e sostituendoli con un’offerta di complicità rivolta al pubblico ormai formato da spettatori a loro volta piccolo-borghesi. Si tratta di un’analisi interessante, che offre più di uno spunto comparativo con la situazione attuale e con la scena della nuova commedia italiana cui è dedicato in buona parte questo numero di 8½.