Un deserto di colori
    in un mondo pazzo quattro volte
    di Gianni Toti
    da “Giovane critica”, ottobre-novembre 1964, 5, p. 14-20
    di Andrea Mariani
    Giornalista siciliano, poeta (anche cinematografico) e intellettuale eclettico e raffinato, Gianni Toti interviene con un lungo pezzo dalla sensibilità estetica spiccata, su un numero della rivista “Giovane Critica”, una testata che merita una presentazione e qualche contestualizzazione. Su “Reprint” abbiamo già avuto modo in passato di ospitare contributi provenienti dalle pagine di fogli o riviste giovanili, se non proprio universitarie: lo abbiamo fatto con “Centrofilm”, una testata importante proveniente dall’esperienza dei CUC, ovvero i Centri Universitari Cinematografici.
    “Giovane critica” è un caso molto simile a “Centrofilm”, eppure profondamente autonomo e originale nel quadro della pubblicistica cinematografica giovanile degli Anni ‘50 e ‘60. La rivista nasce nel dicembre 1963 per iniziativa di un giovane Giampiero Mughini, nella Catania nei primi Anni ‘60, così spesso raccontata dal giornalista nei suoi libri autobiografici. Il CUC nasce a Catania qualche anno prima, ma il passaggio del decennio tra i Cinquanta e i Sessanta vede un incremento esponenziale delle immatricolazioni e un innalzamento progressivo dell’alfabetizzazione a livello nazionale, con la nuova Riforma scolastica da poco entrata in vigore. Il CUC di Catania si ritrova ad essere il più importante centro culturale della città siciliana: da qui l’idea di fondare un organo culturale che ne fosse l’emanazione. Il giovane Mughini, temendo di rimanere imbrigliato in un’impresa dal respiro corto e provinciale – con quel particolare snobismo che lo ha sempre caratterizzato, ma che è pure stato il propulsore di imprese ardite e lodevoli – dà fin da subito alla rivista un taglio e una caratura nazionale, raccogliendo nella sua abitazione catanese i pezzi di giovani firme di prestigio della critica cinematografica nazionale, ma anche intellettuali di grande peso, siciliani e nazionali. “Giovane critica” si stava preparando a diventare, con lo scaldarsi della temperatura politica dopo il 1966, una delle riviste di punta della cultura politica giovanile degli Anni ‘60 e ‘70, facendo il paio con “I quaderni piacentini” e “I quaderni rossi”… ma fino al 1965 “Giovane critica” conserva un baricentro per lo più cinematografico e di alto livello: le firme sono di Mino Argentieri, Adelio Ferrero, Lorenzo Pellizzari, Giorgio Tinazzi, Pio Baldelli, i registi Giuseppe Ferrara e Gianni Amelio e tanti altri… Gianni Toti è tra gli intellettuali di maggior peso nella Sicilia di quei tempi, già direttore de “Il lavoro”, firma de “l’Unità”, “Via Nuove”, “Paese Sera”, futuro pioniere della “videopoesia”, e sul finire del decennio collaboratore di Cesare Zavattini ai “Cinegiornali liberi”, che raccolsero molti dei registi più impegnati del giovane cinema italiano. Il giornalista e poeta imposta subito la riflessione sul piano dei rapporti tra cinema e poesia: “Il cinema sembra aver rinunciato, ormai, alla metafora, cioè alle figure, ai tropi, ai procedimenti innovativi del linguaggio-pensiero, alle formule di stile, alle variazioni semantiche.
    Al cinema niente è più ‘come’ o ‘come se’, ma ogni cosa è quello che è” e ancora più esplicitamente “sono più di trent’anni che il processo di spoetizzazione del cinema continua”…è presto per Pasolini, e dunque il pensiero tornachiaramente al cinema e alla teoria di Ėjzenštejn, Dovzhenko, Vertov, “erano allora i rappresentanti riconosciuti della tendenza poetica del cinema […] Ma dove sono andate a finire oggi quelle appassionate polemiche, dove è andato a soffiare quello spirito ribelle contro ogni arte ‘piatta e protocollare’, contro il cinema d’appendice, contro il cinema delle ‘messe in scena’, delle ‘traduzioni visuali’?”. Va tenuto conto del fatto che il dibattito sul cinema e la teoria del cinema sovietici – spunto qui per una polemica inevitabilmente anti-capitalistica – prendevano forza da un’importante retrospettiva che si era chiusa poche settimane prima alla Mostra di Venezia, e che Adelio Ferrero aveva discusso proprio su “Giovane critica” nel numero precedente a quello che stiamo trattando. E lo spunto è occasione per una polemica, seppure elegante, con l’Antonioni di Il deserto rosso e il potere metaforico dell’uso del colore che il regista ferrarese fa nel suo film. “Qualcuno si illude”, scrive Toti, che “basti qualche poeta del cinema a ricondurre lo schermo da quel suo ‘sospetto biancore’ all’incandescenza della creatività artistica, ma non è neppure una illusione riformistica, è una illusione semplice e totale”.
    E da lì si lancia in una precaria dimostrazione della fragilità simbolica (ma anche ontologica, filosofica) della strategia cromatica introdotta da Antonioni, sulla quale lasciamo il lettore.