Ugo Ojetti
    La fuga dal reale
    da “Corriere della sera”, 1931.
    di Andrea Mariani

    Con qualche anno di anticipo sulle riflessioni di Walter Benjamin, l’accademico d’Italia Ugo Ojetti esponeva sul “Corriere della Sera” del 20 dicembre 1931 le sue perplessità su quella che viene definita, con un’efficace invenzione retorica, la “fuga
    dal reale” nelle arti riprodotte tecnicamente. Nell’omonimo articolo Ojetti descrive i casi di “sparizione del reale” nell’opera lirica riprodotta mediante disco, nella radio, nell’immagine fotografica e infine nel cinematografo (accanendosi soprattutto sul recente avvento del sonoro). Su quest’ultimo punto in particolare poi, Arnaldo Ginna (che con Bruno Corra fu protagonista, quasi vent’anni prima, del cinema futurista) gli risponde il 5 gennaio 1932, dalle colonne de “L’Impero-Oggi e Domani”, con il suo personale commento su La Fuga del reale nel cinematografo (risposta a Ugo Ojetti). Ugo Ojetti, critico d’arte di vastissima cultura e intellettuale “odiatissimo,” mette in luce come nell’arte riprodotta “l’uomo reale è fuggito da quell’istromento a ripetizione. S’ascolta,
    s’ammira ma s’è soli con un fantasma”. Il persuasivo scrittore arriva addirittura a formulare un’ipotesi che oggi suona quasi profetica: “Certamente grammofono, cinema, radio sono tutte invenzioni ammirevoli […], qui osservo solo che servendocene ormai ogni giorno, finiamo a dimenticare che sono surrogati della realtà e li prendiamo per la stessa realtà, pacificamente”.
    Ojetti individua le cause di tale potenziale decadenza nel dominante idealismo e nel generale clima di “ansia e di panico che tornano a scuotere la compagine umana e le fondamenta economiche appena rimurate”: l’Italia del dopo-crisi del ’29, dove
    la “fuga dal reale” – secondo Ojetti – sarebbe una sorta di strategia di sopravvivenza o, con qualche licenza, una fantasmagoria. Una delle argomentazioni più forti è la critica delle avanguardie, favorite – secondo Ojetti – dall’idealismo dilagante: “Basta un
    argomento: la fine dei ritrattisti. […] Dalla realtà più concreta e profonda, dal volto umano cioè e dai sentimenti ch’esso rivela, si ritraggono, non dico contenti, ma rassegnati”. In buona sostanza il recupero dell’esperienza del reale prelude necessariamente a un “ritorno” al realismo. Nelle argomentazioni di Ojetti una via realista (da ritracciare anche nel “misticismo” della tradizione cristiana, che vede in San
    Francesco il precedente italiano) è la chiave di volta per ovviare al rischio di un idealismo cieco, che così profondamente sembrava aver segnato la decadente – per Ojetti – produzione artistica italiana. Vale la pena notare che la posizione di Ojetti nell’esporre le
    proprie perplessità verso la riproducibilità dell’opera d’arte converge in almeno due punti con le tesi di poco successive di Benjamin: la connessione con la religione – evocata dalla figura di San Francesco dietro alla fioritura del Rinascimento italiano – e la funzione politica delle avanguardie artistiche. Inoltre, in più di un passaggio, la nozione di “fuga dal reale” sembra per lo meno evocare per anticipazione quella di “perdita dell’aura”, nel contesto più complesso di quello che Benjamin chiamava il declino dell’esperienza. Tuttavia nell’evocare un ritorno al “reale”, la strategia retorica di Ojetti alimenta un discorso sull’arte che si ascrive a un’operazione tipica della cultura fascista: in fondo la posizione di Ojetti è nello stesso tempo premessa teorica ed evidenza concreta di quel ritorno al realismo come progetto estetico e paradigma persuasivo primario, nel complesso processo d’istituzionalizzazione della cultura operato dal fascismo. Un processo che di lì a poco saprà convertire l’arte cinematografica in un complesso
    strumento di estetizzazione della politica e della vita quotidiana, fornendo a Benjamin uno degli esempi più chiari degli esiti perversi della riproducibilità tecnica dell’arte novecentesca.