Steno (Stefano Vanzina)
    Come si deve morire ammazzati
    da “Quarta parete”, 25 ottobre 1945.
    di Andrea Mariani

    A sei mesi dalla liberazione del Paese e poco meno di due dalla fine ufficiale del secondo conflitto mondiale, i fantasmi della guerra e del fascismo si materializzano ancora tra le pieghe della finzione cinematografica e altrimenti cominciano a cristallizzarsi in un immaginario memoriale condiviso, soggetto a processi di revisione, manipolazione e creazione, secondo criteri estetizzanti otre che d’opportunità. Stefano Vanzina, che fin dai tempi delle prime caricature su “La Tribuna Illustrata” si firmava Steno, è già collaboratore di Mario Mattioli – prevalentemente come sceneggiatore – quando tenta su “Quarta parete” un’originalissima riflessione sull’estetica della morte violenta nel cinema, con un sarcasmo e un gusto macabro che non poteva che venir dal “Marc’Aurelio”, dove pure era già comparso come vignettista. L’ipotesi, raffinatissima nei riferimenti e assai scrupolosa nel dar conto del costume dell’epoca – il “cadaverismo la cui documentazione in rotocalco dilaga settimanalmente dagli ebdomadari ‘gialli’ che fanno capo a Crimen, che si potrebbe anche definire ‘La Domenica del giustiziere’” – è retta da un’argomentazione assai seria sulla funzione della storia nella definizione di un’estetica della violenza e viceversa sul potenziale riflessivo e auto-riflessivo di una tale estetica: un potenziale che si riverbera nel gesto plastico del “morto ammazzato”. Dalla Grecia classica nella morte di Ettore, all’epoca romantica della morte guascona di Cirano. Che dire dunque dei giorni dell’immediato dopoguerra italiano, dove l’immagine “spettacolare” dei corpi appesi in piazzale Loreto produce un problema non (ancora) etico, ma estetico: è sufficientemente cinematografica la morte di Starace? Con un acume notevole Steno riflette sull’impatto scenico e per l’appunto “spettacolare” delle morti di quelle che l’autore chiama “le ultimissime belve della tragedia europea” e in generale sul potere estetizzante del cinema nella rappresentazione della violenza: un “Pietro Koch muore pensando evidentemente a certo cinismo Metro Goldwyn di alcuni personaggi interpretati da Cesar Romero”. Chiudendo sulla morte “con perfetto stile” di Anna Magnani in Roma città aperta, Steno si ferma a un passo dalla morale, ma la sua riflessione affonda in due sostanziali questioni. Entrambe rimandano a due rispettivi
    “rimossi” della cultura italiana. La prima riguarda una falsa tendenza a considerare il gusto del macabro e in generale del “terrorifico” come marginale nella cultura italiana moderna – per lo meno quella visiva e spettacolare (per esempio, solo recentemente si sono ripercorse criticamente le radici culturali pervasive e diffuse di un’estetica del inema orrorifico italiano) –, la seconda riguarda il rimosso per eccellenza:
    la complessissima elaborazione della violenza del fascismo, e soprattutto della guerra civile con la maturazione della Resistenza. Il distacco innegabile con cui Steno affronta l’argomento è impressionante, ma anche intelligentemente dosato e strategicamente efficace. L’argomento è scottante. Il clima in quei mesi è ancora tesissimo e la diffusione di quel “cadaverismo” di cui parla è sintomatico di un’aria di morte che si respira nelle città e nelle province italiane, ancora alle prese con i “conti in sospeso”. L’elaborazione della morte e della violenza che si avvia in quei mesi e che passa, nel nostro Paese,
    anche attraverso una complessa estetizzazione – per esempio nei rotocalchi e attraverso la funzione mediatrice del cinema – non è però tanto catartica e clamorosa, come nell’antica
    Grecia, quanto piuttosto sotterranea, strisciante: scorre sommessamente e surrettiziamente per sedimentarsi, progressivamente, sul carattere degli italiani. Steno, futuro, massimo artigiano della commedia italiana, lo sa benissimo.