Renato Castellani: Imparare da Correggio
    Da “CINEMA”, 1937.
    di Gianni Canova

    C ’è una costante ancora troppo poco indagata nella storia del cinema italiano:la singolare sincronia fra i momenti alti della produzione e i momenti alti della riflessione teorico-critica. Detto in altri termini: quasi sempre il cinema italiano è stato grande nei momenti e nelle situazioni in cui poteva contare anche su un apparato critico (riviste, istituzioni, singole personalità…) di alto profilo e di indiscussa autorevolezza intellettuale.
    La seconda metà degli Anni ‘30, da questo punto di vista, costituisce un periodo alquanto interessante: perché lì, dietro l’apparente staticità del cinema di regime, sulle pagine di una rivista come “Cinema” prendevano corpo e forma una sensibilità, un gusto e una passione che – almeno in parte – sarebbero poi confluiti nella grande stagione del Neorealismo. Proprio da un numero di “Cinema” del 1937 – con una bellissima copertina nerovelluto – riprendiamo e ripubblichiamo questa lettura iconologica di un quadro del Correggio ad opera di un giovanissimo Renato Castellani (all’epoca solo 24enne, avrebbe esordito alla regia nel 1941 con Un colpo di pistola, tratto da un racconto di Puskin): una lezione di intelligenza, di acume, perfino di transmedialità ante litteram. Ma anche la preziosa testimonianza di un tempo in cui i registi o gli aspiranti tali intervenivano sulle riviste e accettavano di dialogare con la critica non solo quando si trattava di promuovere il loro film in uscita.