Nascita della Cinecittà di Filippo Sacchi
    da “Corriere della sera”, 29 aprile 1937, pag.3.
    di Andrea Mariani
    Non siamo più abituati a una scrittura giornalistica tanto appassionata e veemente come la prosa di Filippo Sacchi, con un senso della retorica nazionalista evidente, certo, ma calibrata con eleganza. A stare appena attenti, infatti, l’enfasi sull’impresa mussolinana è circoscritta: non possiamo sbrigare l’articolo di celebrazione dell’evento come una classica esaltazione fanatica dello spirito fascista. Il ritmo e la potenza immaginifica – persino a tratti sognante – che attraversa tutto il contributo di Sacchi ci racconta molto altro. Filippo Sacchi, per cominciare, è il fondatore della rubrica cinematografica del “Corriere della sera”, sotto la direzione di Aldo Borelli: è un intellettuale che non ha nascosto le sue resistenze al primo fascismo nel corso degli Anni ‘20, a tal punto da scontarne la pena con un allontanamento forzato dal “Corriere” – dove entrò giovanissimo. Ci rientra nei primissimi Anni ‘30 proprio dalla porta del cinema, su una terza pagina dove ancora infiamma l’annosa questione della “Rinascita” del cinema italiano. Ma negli Anni ’30 anche il regime sta cambiando: si passa da un fascismo d’azione a un fascismo di istituzione. Le notizie dal neo fondato Impero si rincorrono quotidianamente sulle pagine del “Corriere”: da qui un riferimento che è inevitabile anche per Sacchi. E la risposta alla“Rinascita” non può che essere, per l’appunto, istituzionale. Il 1934 è l’anno cruciale. La fondazione della Direzione Generale della Cinematografia sotto la direzione di Luigi Freddi è un segnale decisivo: l’organizzazione di una cultura cinematografica e di una nuova (rinata) industria produttiva deve passare per lo Stato fascista. Se la Scuola Nazionale di Cinematografia di Santa Cecilia – la cui vicenda è stata riportata alla luce da Alfredo Baldi e Silvio Celli – è ancora legata alle iniziative (indipendenti) delle personalità e dei cenacoli culturali (e letterari) che tentarono una prima organizzazione della cultura cinematografica, fin dal 1926 (la nascita dei primi cineclub, i vari gruppi centrali di cinematografia, associazioni cinematografiche, le sedicenti e truffaldine scuole di cinema che proliferavano qua e là), la fondazione di Cinecittà e del Centro Sperimentale di Cinematografia sancisce un nuovo inizio che la Direzione Generale della Cinematografia aveva impresso già qualche anno prima. L’articolo ha il tono del riscatto: l’afflato sognante è a tratti potente e vertiginoso. Il cinema italiano e i giovani che frequentano la sala cinematografica, tanto quanto quelli che si avvicinano all’industria, non cessano di ricercare una nuova chiave per il cinema italiano e bramano un risveglio: nella visione di Sacchi c’è una sterminata e appassionante distesa di possibilità, successi e fallimenti che non possono che ribadire una vitalità e una volontà ritrovata. L’accento sulla funzionalità e la sobrietà (ma anche magnificenza) delle forme di Cinecittà riflettono lo scotto ancora bruciante del fallimento della Scuola di Santa Cecilia: sono pesati la mancanza di un vero e proprio progetto didattico (la mancanza di una visione) e la poco oculata gestione finanziaria e amministrativa e si è scontato un entusiasmo a tratti superficiale, specie da parte del ministro Bottai. Cinecittà è la seconda possibilità e l’accento al rigore non è facile cedimento alla retorica fascista o al fascino rigoroso dell’architettura funzionalista (che pure Sacchi, assai vicino al gruppo dei razionalisti comaschi, conosceva e apprezzava): si ribadisce anzi un cambio di marcia sostanziale nella politica del regime e un investimento decisivo e sistemico nel sistema della cultura e dell’industria cinematografica da parte dello Stato fascista. Cinecittà è il sistema e l’istituzione. Nello stesso anno, il 1937, anche l’Istituto Luce si sposta al Quadraro: industria produttiva (gli studi di Cinecittà), formazione (il Centro Sperimentale di Cinematografia) e propaganda (il Luce) vanno a sommarsi alle precedenti soluzioni istituzionali, come la già citata Direzione Generale, ma anche la Mostra del cinema di Venezia (lo star system), i Cineguf (il cinema a passo ridotto) e l’ENIC (la distribuzione e regolazione dell’import): fondamentali enti regolatori di un discorso sul cinema che si dissemina anche sulle riviste tra cui, proprio dal 1937, “Bianco e nero”. Le regole del sistema culturale cinematografico Capiamo bene dunque come la “nascita di Cinecittà” sia nella mente di Sacchi e dei suoi lettori, già una ri-nascita.