Le novità di Arbore e Celentano. Piazza Navona di Mino Argentieri
    da “Cinemasessanta”, n. 1, gennaio-febbraio 1988, anno XXIX, pp. 55-56
    di Andrea Mariani

    Eccezionalmente, proponiamo su Reprint un articolo che ne contiene almeno due: un intervento bifronte, che tuttavia diventa traccia matura di un incontro centrale per gli studi audiovisivi, quello tra il cinema e la televisione, a partire da un’altra contaminazione intermediale – quella tra la canzone e l’immagine in movimento. L’articolo è vergato da Mino Argentieri, decano della critica cinematografica militante (firma de l’Unità e già responsabile dell’Ufficio cinema del PCI negli Anni ‘60), storico del cinema e docente della stessa materia presso l’Università Orientale di Napoli. Su “Cinemasessanta”, rivista che Argentieri fonda nel 1960, sviluppa un discorso attento al soggetto televisivo nello scenario mediale contemporaneo fin dai primi anni della rivista, come racconta lo stesso critico: “Negli anni Sessanta l’intreccio tra il cinema e la televisione in Italia avveniva sporadicamente, non si presentava nelle forme sistematiche e tassative che ha assunto tra gli anni Ottanta e Novanta. Nondimeno, dedicammo alla Tv un certo numero di pagine, ‘Terzo canale’ (all’epoca, i canali Rai erano soltanto due, è il caso di chiarirlo per i più giovani), che era qualcosa di più di una rubrica di recensioni televisive, una specie di supplemento interno che poi sospendemmo perché gran parte di coloro che vi collaboravano avevano deciso di costituire una rivista esclusivamente televisiva. Noi ci tirammo da parte, nacque, nel ’64, Televisione che resistette un paio di anni e poi si arrese” (L’avventura di una rivista in quaranta anni. Incontro con Mino Argentieri, in “Cinemasessanta”, nn. 245, 246, 247, 1999). L’interesse però matura notevolmente quando Argentieri inaugura, nel 1983, una nuova rubrica televisiva, “Piccolo schermo” (poi sostituita nel 1995 da “Controvideo”) dove il discorso si fa via via più incentrato sui termini di una “comunicazione audiovisiva” – un’apertura teorica significativa e originale anche in un contesto accademico pur interessato alle tecniche, le teorie, la sociologia delle comunicazioni di massa, ma scarsamente efficace nel costruire un’attitudine critica nei confronti dell’industria dell’informazione e dello spettacolo: pochissimi, tra le giovani generazioni, denunciava Argentieri, sono attratti da un discorso critico sulla comunicazione audiovisiva. La pagina di “Piccolo schermo” che qui proponiamo intreccia due livelli intermediali interlacciati, che nella televisione si riflettono: il primo legato allo spettacolo di varietà, alle trasmissioni radiofoniche e alla canzone sul piccolo schermo, il secondo legato al cinema per la Tv. Argentieri riflette sul successo eclatante di due prodotti che – a partire dal modello del festival canoro, del varietà, del quiz e della radiofonia – segnano un mutamento importante nella percezione del pubblico televisivo della Tv pubblica, nella stagione cruciale della incipiente neo-televisione e prima della Legge Mammì: se Arbore con Indietro tutta! (titolo che riprende ironicamente il programma radiofonico Avanti tutta!) bissa il successo di Quelli della notte, che pure aveva trasformato lo stile e la struttura del varietà in una formula assolutamente inedita, Celentano, in Fantastico 8, stravolge lo stile di conduzione di Baudo, portando in televisione le stravaganze, l’umorismo e l’eccentricità del cinema popolare che lo vedeva protagonista assoluto da almeno un decennio (e che nutriva le libraries e i palinsesti delle reti Fininvest). Piazza Navona, per converso, ci racconta di una tendenza antitetica, un’altra via di contaminazione e trasformazione del cinema nel televisivo… una soluzione di assai minore successo, tuttavia un segnale importante che al critico non sfugge: è una serie di sei film per la tv realizzati da registi esordienti e coordinati e selezionati da Ettore Scola, dove Marcello Mastroianni interpreta se stesso in tutti gli episodi, col ruolo di spettatore. Andato in onda su Rai 2 agli inizi del 1988, aveva tra gli interpreti Luca Barbareschi, Alessandro Haber, Fanny Ardant, Mariangela Melato, Sergio Castellitto e Giuseppe Cederna. Argentieri coglie anche in questo caso i sintomi di un’innovazione e i germi di una trasformazione: i prodromi di una serialità di segno diverso, lontana sia dalla formula del telefilm, sia da quella del cinema a episodi, in voga negli Anni ‘50 e ‘60, ma mai davvero esistita nella commedia popolare. Sullo sfondo un campo di tensioni e mutazioni di consistenza varia, dove l’interazione intermediale, unita a fondamentali manovre di ordine finanziario, saldano fatalmente il sistema televisivo e quello cinematografico, nella fase di più acuta trasformazione sistemica del cinema italiano.