Piccola storia del cinema sportivo di Mario Verdone
    da “Centrofilm”, n. 41, 1964, pp. 54-60
    di Andrea Mariani

    Mario Verdone non è soltanto un “uomo di cinema”: il suo archivio, recentemente valorizzato dalla Biblioteca Luigi Chiarini del Centro Sperimentale di Cinematografia, conferma la varietà dei rapporti con l’intero sistema della cultura e delle arti italiane e internazionali. L’interesse per il cinema non si appagava esclusivamente della forma filmica, ma andava a sedimentarsi sull’ampio spettro della cultura visuale moderna, nelle generiche e varie infrastrutture della riproducibilità tecnica audiovisiva, nelle forme dello spettacolo e dell’intrattenimento popolare. Le traiettorie euristiche e le spinte speculative della carriera intellettuale di Mario Verdone ci danno testimonianza di un percorso discontinuo, sperimentale, intermittente che disegna un avvicinamento a un medium (quello cinematografico) e a un sistema mediale (quello delle arti popolari) che è tra i più originali del dopoguerra. Quello che pubblichiamo su Reprint è un intervento dedicato ad un genere – anche se la categoria di genere sfugge dalle righe dello stesso Verdone – che riflette questa tensione vivace tra cinema e spettacolo popolare: il cinema sportivo. Verdone, all’epoca in procinto di assumere l’incarico di libera docenza di “Storia e Critica del Film”, pioniere dell’insegnamento universitario di cinema, aveva anticipato questa pubblicazione sulla rivista del Centro Universitario Cinematografico dell’Università degli Studi di Torino, “Centrofilm”.
    L’interesse per lo spettacolo popolare, il circo, il pre-cinema trovano nel genere sportivo un campo di indagine di cui Verdone sarà tra i pochi conoscitori e tra i primi formalizzatori. La dimensione di genere, si diceva, sembra tuttavia eccedere i limiti della sua interpretazione, perché se da una parte lo studioso tenta una ricostruzione filmografica dell’incidenza del “forzuto”/atletico nel cinema di finzione, dalle origini ai giorni nostri, dall’altra è attratto dalla relazione tra cinema e allenamento fisico del corpo; Verdone ha certamente in mente il cinema didattico a sfondo atletico o sportivo, da circolare nelle scuole e pensato precipuamente per l’allenamento e l’educazione fisica dei più piccoli, tuttavia a provocarlo è anche il nesso stretto tra il cinema e la corporeità dello spettatore, gli effetti del cinema sulla corporeità dello spettatore: “si deve ritenere come efficace scuola di ginnastica la proiezione fotodinamica. Per mezzo di questa vengono suggeriti movimenti utilissimi all’acquisto della forza fisica”. Riprende e fa sue le parole dello scrittore Giovanni Bertinetti, dai cui soggetti vennero tratti film “atletici” come Sansone contro i Filistei (1919), già citato nell’articolo pubblicato su “Centrofilm”: “Noi arriveremo certamente a questa applicazione del cinematografo quando si sia diffusa la convinzione dell’enorme potere suggestivo dello schermo, non solo moralmente ma anche fisicamente”. Nella lettura di Verdone permane la funzione decisiva dell’“attrazione” impressa dall’eredità del cinema delle origini sullo sviluppo di questo “genere”, e sopravvissuta in questa particolare tendenza, che pure per Verdone sta già esprimendo una nuova sensibilità: sono gli anni del declino del genere Peplum, che, come ci ricorda Francesco Di Chiara (Peplum, Donzelli 2016) aveva introdotto i bodybuilder, i cui corpi “rimandano alla cultura del corpo della California […] richiamano evidentemente l’assimilazione della cultura americana da parte di quella italiana” (Di Chiara 2016, 67-68). Non siamo più ai forzuti popolari e popolani, provenienti dal mondo agricolo o operaio o dall’ambiente del pugilato: i nuovi colossi sono il prodotto del consumismo del boom, della cultura della bellezza e della cosmesi e l’espressione del loro corollario narcisistico. Negli stessi anni, ad accorgersi di questo mutamento nella percezione del corpo atletico è un altro giovane critico, Lino Miccichè, che nel 1960 dirige il cortometraggio documentario I maggiorati, scritto da Cecilia Mangini e Lino Del Fra: un esempio di film atletico, fotografato in uno splendido technicolor, che sarebbe piaciuto a Verdone. Non è più la potenza dei forzuti, ma la bellezza dei Mister Universo con le acconciature da rockstar a condizionare il divismo del nuovo film “atletico”: sono, come Miccichè riassume icasticamente con la scelta del titolo del suo documentario, la controparte plastica del divismo delle maggiorate del cinema italiano degli Anni ‘50. Una massa di carne unta e tonica che, tuttavia, si fa carico anche del senso storico di un’epoca: i film Peplum degli Anni ‘50 e ‘60 portano sullo schermo i culturisti americani, “liberatori” di una società oppressa, come gli americani del piano Marshall.