Livio Zanetti
    Che cosa ci dice il viso di Keaton?
    Da “CINEMA NUOVO”, 1953.
    di Stefano Stefanutto Rosa

    È il luglio 1953 quando nello spettacolo di varietà estivo ‘Il piccolo Naviglio’, programmato dal
    Teatro Manzoni di Milano e ripreso dal Teatro Puccini, figura il nome di Buster Keaton (1895/1966),
    divo americano del cinema muto, i cui film comici nei dorati Anni Venti incassavano da uno e mezzo a due milioni di dollari.
    Keaton va in scena con una gag, già collaudata al cinema, e portata in giro per l’Europa e in parecchi teatri italiani, insieme alla giovane ballerina e nuova moglie Eleanor. “Nello sketch noi torniamo a casa, la nostra notte di nozze, un po’ ubriachi ma più che altro esausti per la stanchezza. Eleanor sviene e cade a terra. Nel resto dello sketch si assiste ai miei sforzi di metterla a letto. Eleanor pesa meno di cinquanta chili, e non ha mai messo su un altro etto. Grazie a Dio perché nella
    scena, che dura dai sedici ai diciassette minuti, io devo sempre portarla in braccio”.
    La cronaca di quella breve pantomima ci viene restituita da Livio Zanetti – futuro direttore del settimanale l’Espresso – nella rivista quindicinale Cinema Nuovo, che qui riproponiamo come Reprint. Ne scrive anche un’altra grande firma del giornalismo italiano, Enzo Biagi,
    sulle pagine de la Stampa (http://www.giusepperausa.it/cinema_puccini.html).
    Quello stesso anno la straordinaria faccia di Keaton, malinconica, mai sorridente, imperturbabile nonostante le disavventure, gli imprevisti del mondo e le cattiverie umane, (ma Zanetti ritiene “una bugia” la favola della maschera immutabile) fa la sua breve comparsa in Italia ne L’incantevole nemica, film comico di Claudio Gora con un cast da avanspettacolo. Keaton lentamente ha risalito la china dopo la rovinosa caduta dal piedistallo hollywoodiano, nei primi Anni ’30. All’apice della carriera commette il più grosso errore della sua vita, come lui stesso lo definisce. “Contro
    il mio volere mi lasciai convincere a vendere i miei stabilimento della Metro-Goldwyn-Mayer a Culver City”. Non loavevano fatto né Charlie Chaplin né Harold Lloyd, purdi conservare la propria indipendenza artistica e autonomia creativa.
    Non è l’avvento del sonoro a mettere in crisi la sua carriera, ma il divorzio dalla prima moglie che lo lascia, nel 1932, senza la bellissima casa, alcune proprietà, il conto in banca e i due figli. E soprattutto la dipendenza dall’alcol condiziona il suo lavoro alla MGM con la quale è sotto contratto fino all’improvviso licenziamento. “I due peggiori anni della mia vita furono quelli tra il
    1933 e il 1935”. Nel 1940 torna al lavorare per un decennio con la MGM come gagman per 100 dollari la settimana, un tempo ne guadagnava 3mila. All’inizio degli Anni ’50 Keaton trova il suo riscatto grazie ai circhi delle capitali europee, agli show delle televisioni americane, ad alcune apparizioni in vecchi successi teatrali di Broadway e in film come Viale del tramonto (1950) e Luci della ribalta (1952). E nel 1957 arrivano dalla Paramount cinquantamila dollari per i diritti cinematografici della sua biografia per il grande schermo, The Buster Keaton Story diretto da Sidney Sheldon. A risarcimento giunge nel 1960 un meritato Oscar alla carriera. In Italia il comico dalla faccia seria torna, un anno prima della sua morte, per un cameo in Due marines e un generale (1965), parodia del genere bellico con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.