La radio a lezione dal cinematografo, di Renato Castellani
    da “Cinema. Quindicinale di divulgazione cinematografica”, n.12, dicembre, 1936.
    di Andrea Mariani

    La seconda metà degli Anni ’30 vede in Italia una sostanziale e progressiva convergenza dei media della radio e del cinema. Di lì a poco la prima avrebbe assunto un ruolo e una funzione centrale nell’organizzazione della vita quotidiana nel periodo bellico, mentre il secondo si sarebbe naturalmente affermato come “l’arma più forte dello Stato”. La lezione di Castellani – riflessione di notevole acume e raffinata cultura – da una parte raccoglie gli esiti più maturi del lungo e articolato dibattito scaturito dall’avvento del sonoro, che prese le forme di istanze discorsive attorno a “neo-media” come il fonofilm, il radiofilm, ecc, dall’altra prevede e anticipa quella convergenza cui abbiamo accennato, che sarà significativa premessa storica alla diffusione – e prima ancora all’affermazione culturale – della televisione: di questa si sarebbe parlato alla fine del decennio nei termini di una radiovisione. Alla metà degli Anni ‘30 la radio mostra un volto assai ricco e complesso: non si tratta più della mera emissione musicale, quanto piuttosto di un “mosaico di suoni, rumori, voci” (l’espressione è di Paola Valentini, cui dobbiamo i contributi storiografici più organici su questo tema). In questo contesto prende forma la posizione originale di Castellani, che proponiamo qui in “Reprint” e che dimostra una lucidità e una complessità che solo in parte è stata riconosciuta (recentemente da Simone Dotto). Tra cinema e radio l’alleanza era patente nella forma di migrazioni frequenti di giovani attori che si cimentavano in radiodrammi, di adattamenti cinematografici di radiodrammi o in virtù della vera e propria visibilità che il mezzo cinematografico garantiva alla radio. Castellani insiste invece, con notevole complessità teorica su un piano ontologico, qualificando i differenziali di spazio e tempo tra i mezzi cinematografico, radiofonico e (proto)televisivo. Sincronia e montaggio sono i temi attorno ai quali si snoda la riflessione; la trasmissione sincronica – diretta – è il portato tipicamente radiofonico al sistema cinematografico, che aprirà la strada alla televisione: “Immaginiamo di dotare il cinema del secondo requisito (la sincronia – ndr), che ogni gesto dell’attore nello studio di Hollywood sia immediatamente riprodotto dagli schermi delle sale di proiezione: avremo così raggiunto la televisione”; il montaggio è l’eredità cinematografica che può contribuire alla creazione dello “spettacolo-sonoro” a partire da quel “mosaico di suoni, rumori, voci”. I giovani (si pensi all’esperienza dei Guf) erano naturalmente tra i maggiori sperimentatori di suonomontaggi almeno a partire dalla metà del decennio. Sincronia e montaggio (quindi registrazione, fissazione e ordinamento del materiale visivo, piuttosto che sonoro, secondo uno “stile narrativo”) si ascrivono, nelle parole di Castellani, a una funzionalità proporzionalmente inversa, dove il livello di “spettacolarità” decresce all’incremento della sincronicità di evento e trasmissione. Ciò che è evocato è un dibattito più ampio che investe in egual misura il cinema (e “per anticipazione” la televisione) e la radio: la dialettica tra tensione “documentaria” e in buona sostanza realista (incarnata dall’ipotesi della “diretta”) e la “narrazione”, il romanzo, l’ordine ritmico dato a posteriori. Se tali questioni non sono nuove e investono tutto lo spettro dei media e delle arti tra le due guerre, è certamente la dimensione intermediale a sollevare grande interesse: al netto di una “tecnofobia” dominante nel dibattito coevo, che pesa nell’inevitabile sublimazione su un piano estetico (il riferimento a documentario e spettacolo), stupisce la riflessione di stampo quasi genealogico che coinvolge un medium nascente (la televisione) in seno ad un altro (il cinema) per interazione di un terzo (la radio).