La giungla dei titoli di Massimo Mila
    da “Cinema nuovo: rassegna quindicinale”, 1 ottobre 1953.
    di Andrea Mariani
    Di rado è capitato, nelle ricerche di storia del cinema o nelle indagini socio-culturali sull’audience, di soffermarsi sui titoli dei film (e evidentemente sul loro impatto). Il tema è invero estremamente interessante e denso di elementi significativi, almeno nel quadro dello studio dei fenomeni produttivi; basti pensare alle ricostruzioni possibili a partire dai titoli nel cinema popolare italiano dagli Anni ‘50 ai ‘70: migrazioni, contaminazioni, filiazioni e germinazioni di generi e filoni peplum, fantasy, western e thriller sono tracciabili già a partire dall’osservazione sintomatica di derivazioni, assonanze, declinazioni, riproduzioni e rimodulazioni di titoli italiani di film di successo, piuttosto che di titoli stranieri.
    Una fitta rete di associazioni – a volte, se non spesso indipendenti dal contenuto reale dei film – traccerebbero una storia del cinema (senza film?) parallela o “potenziale”, nella giungla dei titoli del cinema italiano (si consideri che tra gli Anni ‘60 e ’70 il tema dei titoli e delle “copiature” o storpiature ebbe anche rilevanze giuridiche, spesso al centro di interessanti speculazioni critiche: si ricordano quelle di Alessandro Ferraù su “Il Giornale dello spettacolo” o “Cinema d’Oggi”). Quella che riproduciamo qui su Reprint, ne è un raro esempio precoce e coltissimo, firmato dal musicologo Massimo Mila. Crociano convinto, sebbene spesso smentito dalla sua stessa impostazione, così si esprimeva: “Io credo che oggetto dell’estetica siano quasi tutti quei problemi che Croce ha dichiarato inesistenti, vietandone la discussione. Credo nei limiti delle arti, nei generi, nelle tendenze, nelle ideologie […] La cosiddetta tecnica mi interessa in modo supremo; adoro il virtuosismo”. Grandi sono le corrispondenze di quest’impronta deontologica nel breve pezzo che qui discutiamo. Per cominciare, Mila esprime dichiaratamente un intento cartografico: osserva i titoli sul quotidiano della sera, leggendoli “nella loro ripartizione topografica”. Davanti a lui, dunque, i titoli si dispongono su un’ideale griglia o maglia grafica (la quale, va da sé, ci ricondurrebbe senza troppa fantasia al dispositivo grafico delle righe di un pentagramma): non si tratta, si badi, di una lista di titoli, bensì di una configurazione più complessa, dove i titoli sarebbero disposti secondo coordinate precise, evidentemente su base geografica, secondo la distribuzione negli esercizi dei diversi quartieri o province. Si tratterebbe, insomma, di una sorta di geomorfologia dei titoli, descritta da Mila con leggerezza, a partire dalla pagina di un quotidiano. Ma andiamo oltre. A partire da questa disposizione il critico si aspetterebbe di trovare elementi lessicali e significativi dai quali salti fuori “una faccia, una smorfia, un gesto”: segni capaci, insomma, di evocare una forma plastica a partire da un processo di astrazione ben regolato e da un sistema di attese (che sembrerebbe situato e giustificato storicamente: Mila, infatti, coglie uno scarto tra un sistema di attese rispettato nel periodo della gioventù, e quello apparentemente discrasico della giungla dei titoli contemporanea). Quello dei titoli sembrerebbe – con qualche libertà creativa, certo, ma senza troppe forzature – un sistema di notazione, potenzialmente in grado di evocare un universo di allusioni e rappresentazioni mentali che non si allontana troppo, nella fantasia del musicologo, da una partitura musicale. Il panorama contemporaneo, tuttavia, nelle parole di Mila pare afflitto da una sostanziale cacofonia rilevata con perizia nel quadro tassonomico – certamente tra i primi mai tentati – dei titoli in cartellone. Qui alcune classi: “Quelli costituiti da un solo nome comune, preceduto dall’articolo determinativo: Lo straniero, Il ribelle…”; “Ci sono i titoli di un solo sostantivo astratto: Odio, Spasimo…”; “Quelli che portano titoli così lunghi: Lo strano amore di Marta Ivers…”; e ancora “I titoli a colori: La dalia azzurra…”; e “I titoli geografici: I predoni del Sahara…” . Nell’operazione cartografica – un gioco evidentemente, ma raffinatissimo – non si nasconde il potenziale letterario e speculativo: Mila tenta una speculazione che lascerebbe spazio alla formulazione di un genere (un sillabario), piuttosto che un dispositivo culturale (un vocabolario). Se da una parte rimane la tentazione di un virtuosistico esercizio di stile queneauiano (è anche, in fondo, un esercizio di impronta linguistica se non proprio semiotica), Mila apre un fronte di grande potenzialità in un ambito di estrema marginalità e liminalità, spesso semplicemente relegato al mondo della pubblicità e delle tecniche di marketing.