Il figlio di Frankenstein, di Ennio Flaiano
    da “Cine Illustrato”, 1940, 25 settembre
    di Andrea Mariani

    Il figlio di Frankenstein, di Ennio Flaiano, da “Cine Illustrato”, 1940, 25 settembre La cinematografia americana è piena di cicli, come del resto la letteratura classica”. Parte così un curioso intervento di Ennio Flaiano sul ciclo di Frankenstein inaugurato da James Whale: un intervento che sottotraccia apre a più d’una riflessione sulla ricezione di certi generi in Italia, in particolare, e sulla complessa negoziazione della nozione di genere in generale. L’articolo – molto più di una semplice recensione de Il figlio di Frankenstein di Ronald V. Lee, terzo episodio del ciclo Universal aperto dai film di Whale – esce su “Cine Illustrato” (testata che nel frattempo, sul finire degli Anni ‘30, aveva assorbito la rivista “Cinema Illustrazione”) dove Ennio Flaiano collaborava come critico, prima del suo coinvolgimento nel mondo produttivo del cinema. Siamo infatti all’inizio del suo periodo romano, dove le collaborazioni con le riviste si intensificano di pari passo con l’integrazione nel mondo del cinema. È significativamente attorno al divo che la nozione di genere prende forma – Flaiano parla di “I film in cui compare quest’attore” che definisce “il suo genere” – in una fase, quella degli Anni ‘40, in cui lo studio system hollywoodiano raggiunge la piena implementazione, con l’accentramento sistemico della ricorsività stilistica e produttiva attorno al divo. Tuttavia l’attenzione di Flaiano va significativamente a concentrarsi sui “caratteri” più che sulle ricadute dell’operazione attoriale nella definizione del genere: “Boris, ormai, è una maschera, un ‘zanni’ spaventoso fornito di una malizia grossolana e troglodita ma potente come uno schiacciasassi: una maschera, s’intende, che ha il suo bravo posto nella mitologia cinematografica contemporanea”. Il ricorso ai caratteri della commedia dell’arte rivelano un’elaborazione complessa e stratificata di un genere – l’horror – che nella cultura italiana dei primi decenni del Novecento ha seguito germinazioni ed evoluzioni consistenti, ma sotterranee (si veda il recente Horror italiano, S. Venturini 2014) se non vere e proprie trasfigurazioni o sublimazioni. Nell’articolazione del racconto poi, Flaiano rivela uno spirito del grottesco e la sottilissima ironia dei suoi ritratti ed epigrammi più celebri: “Dopo il film, Boris si strucca e si fa fotografare a casa sua. Lo si vede nella stanza di soggiorno bianco come un clown, con un sorriso da cane buono e sempre malinconico. Vicino vi è la moglie, questa donnetta americana, tutta presa nella confezione di un grosso dolce. Così vivono, in privato, i fantasmi d’oltreoceano”. È dunque un vero e proprio “smascheramento”, con fortissimo effetto di straniamento, quello che sciocca il lettore a metà dell’articolo: ma a ben vedere ogni frase della recensione è una sottile decostruzione del genere, a conferma di una sofisticata accoglienza dell’horror americano per il clima culturale italiano… nonché per il mercato; a rivelarlo un dettaglio filologico: col solito guizzo d’ironia Flaiano lamenta la mancanza di una co-protagonista femminile per il mostro: “Non si parla mai di dargli una fidanzata, una ragazza qualsiasi […] Persino a King Kong si permise un amore che a Boris si nega”. Flaiano sembra ignorare La moglie di Frankenstein (1935), che nella pubblicistica italiana dell’epoca appare infatti fugacemente solo alla fine dell’estate 1940, poche settimane prima della pubblicazione di questo articolo. La moglie di Frankenstein sarebbe stato proiettato in netto ritardo, producendo una sovrapposizione nella distribuzione italiana del secondo e terzo episodio del ciclo Universal. Se i motivi bellici non hanno rallentato l’uscita de Il figlio di Frankenstein (che Flaiano soprannomina profeticamente Frankenstein Junior) sarebbero da indagare le ragioni del ritardo del secondo sensuale e inquietante episodio di James Whale.