Fosco Maraini
    Dignità della fotografia
    da “Cinema”, 1937.
    di Andrea Mariani

    Fotografo, esploratore, alpinista e futuro etnologo, nel 1937 il giovane venticinquenne Fosco Maraini si preparava a quella che sarebbe stata una delle sue
    spedizioni più celebrate: il primo viaggio in Tibet al seguito dell’orientalista Giuseppe Tucci. Ma in Italia, in quegli anni, Maraini frequentava gli ambienti dell’Università di Firenze, dove aveva seguito i corsi di Storia Naturale e Antropologia e dove, proprio nel 1937, aveva sperimentato, in qualità di operatore, la pratica cinematografica sperimentale,
    prendendo parte alla realizzazione di alcuni film scientifici che rappresentano le primissime e sporadiche incursioni del giovane fotografo nella pratica cinematografica (si conserva traccia documentaria dei cortometraggi Medicina e sport e Trasfusione di sangue, entrambi girati nel 1937, in collaborazione con Mario Chiari della sezione cinematografica del Gruppo universitario fascista di Firenze). La rivista “Cinema” accoglieva in quegli anni le frange più giovani e animose dell’emergente cultura cinematografica: si andava organizzando un “discorso sul film” – disseminato su riviste specializzate e non – che avrebbe preso forma e definizione nel corso del decennio tra i ’30 e i ’40. Differenze e ripetizioni puntualizzavano i confini e i margini di una ricerca instancabile che si esprimeva – per i giovani cinefili – tanto nella pratica amatoriale quanto nella speculazione teorica. Maraini ne dà conto esemplarmente, esprimendo con vivida passione da fotografo emergente i caratteri di un’arte – immediatamente riconosciuta come tale – e di una tecnica che – come il cinema qualche anno prima – reclamava la sua singolarità, essenzialità, dignità, purezza. Maraini si rivolge a quello che chiama “l’uomo della strada”, aprendo un discorso rivolto al popolo o alla massa, che si accorda solo apparentemente a una retorica populista di regime: più sommessamente manifesta una sorta di allergia ai “frak” che, se da una parte richiama il “largo ai giovani” dello spirito diciannovista, dall’altra promette un confronto che anche sul piano estetologico può essere affrontato alla pari, senza accademismi, in ottemperanza
    a un’orizzontalità della cultura che per i giovani era sinonimo di rinnovamento necessario. L’arte fotografica, insiste il giovane Maraini, ha raggiunto una fase di dignità e indipendenza dalle altre arti che viene qui messa in relazione alla pittura e al cinema. “La fotografia ha superato la fase del giochetto”: non dobbiamo confondere
    la maturità dell’arte fotografica che Maraini vuole discutere con il professionismo o peggio l’anti-amatorismo. La serietà della tecnica fotografica e la sua indipendenza dalle arti si misura su un concetto di “verità” che chiama in causa un rapporto col reale – chiamiamolo pure “realismo” – che nella fotografia deve necessariamente esprimersi in maniera singolare e originale: il pittorialismo – lo scadere della fotografia nel feticcio pittorico – non porta che falsità; il cinema – la fotografia in movimento o anche semplicemente il fotogramma “interrotto” – manca dell’istante indipendente, del tempo dell’assoluto presente, di una dimensione “metafisica” che nella fotografia è l’unica
    garanzia di una traccia di reale pura e autentica (necessariamente diversa da quella cinematografica, che intrattiene col tempo un rapporto diverso). Non va dimenticato che
    è proprio la rivista “Cinema” a portare avanti un discorso cinematografico imperniato sulla messa in scena e sulla “regìa” della realtà: il ruolo del documentario, la ricerca di un realismo “spirituale”, umanizzato, la ricerca di “un’atmosfera” autentica – ma anche il peso delle istanze moderniste, della tecnica – sono tutte tensioni che l’intervento di Maraini integra perfettamente e accorda a un discorso moderno sul film che in quegli anni si fa pressante.