Cinema subacqueo di Folco Quilici
    da “Rivista del Cinematografo”, n. 11, novembre 1958, anno XXVI, pp. 8-10
    di Andrea Mariani

    È un giovane di poco più di vent’anni ad animare entusiasticamente le parole dell’intervento che riproponiamo su “Reprint”: a metà strada tra un report diaristico e un saggio sulla tecnica cinematografica, l’articolo pubblicato su “Rivista del Cinematografo” ci restituisce un giovanissimo Folco Quilici, appena rientrato dall’avventura esplorativa e cinematografica sul Mar Rosso, alla base del film Sesto continente (1954), il suo primo lungometraggio (a colori). La spedizione durò più di un anno (dall’estate 1952 all’autunno 1953) e si concentrò prevalentemente sulle isole Dahlak. La missione meriterebbe una riflessione anche sotto il profilo post-coloniale, dal momento che le isole Dahlak erano un ex-protettorato coloniale italiano liberato dagli inglesi nel 1941 e sede di uno dei campi di concentramento italiani per eritrei: il territorio africano, di terra, di aria o di acqua, resta d’altra parte un mondo e un immaginario che torna e ritorna nelle avventure e nelle memorie di Quilici, legato com’è alla morte misteriosa del padre aviatore nei cieli di Tobruch, assieme a Italo Balbo nel 1940 (anche il volo è tema importante: Folco Quilici gli dedicherà una serie poderosa di documentari “aerei” prodotti dalla Esso, dal titolo L’Italia vista dal cielo).
    La retorica della conquista (scientifica) sembra riemergere da molto lontano quando la leggiamo nelle formule e nei toni di questo report: il “sesto” continente, quello marino, è nei fatti una nuova terra di dominio, agli occhi ardimentosi del giovane Quilici. L’armamentario della conquista è di altissima sofisticazione e ci presenta una tecnologia d’avanguardia, capace di offrire all’uomo – al corpo umano – nuove soluzioni di adattabilità all’ambiente marino, oltre che nuove tecniche venatorie (fotografiche, cinematografiche, cinegetiche). A tal proposito è interessante l’apparato iconografico che accompagna l’articolo: quattro foto, una per pagina, la cui sequenza è degna di nota. La prima foto, che si estende per tutta la larghezza della pagina nella parte superiore, ci presenta l’ambiente marino della barriera corallina, sovrastato da un minaccioso crostaceo dalle chele lunghissime (escono dall’inquadratura); a questa segue una mezza figura del giovane Quilici, imperioso con l’attrezzatura da immersione, mentre tiene per la giugulare un lungo pesce dai denti affilati (un barracuda?); la terza foto ritrae Quilici (o l’operatore) con lo scafandro “a spinta zero” (a peso assai ridotto in acqua e notevole stabilità) che contiene la cinepresa a colori pronta a “cacciare” immagini sottomarine; infine un pesce cane colpito da una fiocina. Una sequenza dall’elevato potenziale simbolico che si accorda felicemente alle liriche descrizioni di Quilici: c’è l’epica delle sfide e delle battaglie nell’ambiente sottomarino. Il cinema subacqueo è un cinema che scopre un nuovo realismo sott’acqua, un set complementare per una ricerca estetica che documentario e fiction italiani della ricostruzione e del Piano Marshall stanno misurando e piegando in ogni aspetto. Per “cinema subacqueo”, scrive Quilici, “intendo parlare di due uomini bardati come marziani (sulla schiena bombole d’aria compressa, pinne di gomma ai piedi come mezzi di propulsione, maschera di vetro sul volto per la visibilità, stringinaso per equilibrare la pressione ‘fonica’ per comunicare a viva voce, tubi di gomma corrugata per portare l’aria dalle bombole alla bocca…) che abbandonano il bordo di una barca e scendono verso le profondità che si aprono sotto le onde”: insomma nel cinema subacqueo non si ricrea la scena in un set di un acquario, come nei film di fantascienza o nella serie di Tarzan; nel cinema subacqueo ci si vuole addentrare nella (selvaggia) realtà sottomarina. La tradizione del documentario scientifico sottomarino di Quilici è presto ricostruita e la si ritrova iscritta nell’avventura produttiva del film Sesto continente: è la Panaria Film del Principe Francesco Alliata che ha inaugurato in Italia la sperimentazione (anche tecnologica) della ripresa subacquea.
    Alla Panaria, non va dimenticato, riconosciamo poi di essere tra i pionieri del Technicolor in Italia, producendo nel 1952 La carrozza d’oro di Jean Renoir: il Technicolor è un altro elemento eccezionale dell’avventura del Sesto continente e uno degli aspetti più orgogliosamente rivendicati da Quilici nel cammino avventuroso della conquista e del dominio dell’ambiente marino, qui illuminato elettricamente e scoperto nella ricchezza barocca dei suoi colori.