Ernesto De Martino
    Realismo e folklore nel cinema italiano
    da “FILMCRITICA”, 1952.
    di Andrea Mariani

    Ernesto De Martino, probabilmente il maggior etnologo italiano, interviene sulle pagine di “FILMCRITICA” nel dibattito sul cinema neorealista. Ne dà una lettura critica qua e là sferzante, contribuendo con acume e rigore a una questione più controversa, quella del realismo: “che cosa sia la tendenza realista nel cinema è cosa, come tutti sanno, controversa […] per mio conto considero la tendenza realistica nel cinema moderno come uno degli aspetti più interessanti della passione dominante della nostra epoca, cioè la passione verso un più ampio e profondo Umanesimo”. Il ricorso al termine “realismo” e la cautela enfatizzata da De Martino in apertura del pezzo attestano quel passaggio
    complesso nel dibattitto dell’epoca tra la nozione di “Neorealismo” e quella appunto di “realismo”, sostenuto in primis dalla rivista “Cinema nuovo” e in buona sostanza dalla critica di stampo marxista. Sulla questione non ci soffermiamo ulteriormente, ma questa restituisce traccia di quanto politicamente il dibattito fosse rovente: dall’altra parte delle barricate Luigi Chiarini e Zavattini sostenevano lo “spirito nuovo” della nozione neorealista. Il tema è indubbiamente spinoso: sono passati pochi anni dalla fine del conflitto e la cultura fascista – all’interno della quale il tema del realismo nelle arti era stato centrale (e in quel dibattito la generazione del Neorealismo cinematografico si era formata) – lascia strascichi ancora opprimenti e foschi; dall’altra parte la rilettura marxista di matrice Lukácsiana spinge per una riqualificazione e ridefinizione dei termini del discorso. In secondo luogo sono gli anni in cui De Martino non solo si unisce al Partito Comunista Italiano, ma vive anche quello che è riconosciuto come il suo periodo “meridionalista”: la cultura contadina del Meridione d’Italia diviene il fulcro delle sue ricerche e il tema portante dei suoi interventi più celebri. L’interesse per il cinema, poi, non deve insospettirci; l’“occhio cinematografico” non mancava dalle équipe di ricerca
    di De Martino: un operatore cinematografico era tanto incisivo quanto uno psicologo, un musicologo, uno storico delle religioni, nel rispetto della multidisciplinarietà più sperimentale. De Martino comprendeva benissimo le potenzialità dello sguardo documentario del cinema sulla realtà e non si limitava ad apprezzarlo nella sala cinematografica, se ne serviva invece attivamente. La sua, dunque, non è la lettura di un neofita. Concentrandosi prevalentemente su Non c’è pace tra gli ulivi e La terra trema, l’intransigenza dello scienziato unita al peso del suo engagement istituzionale puntualizza le difficoltà del cinema realista italiano quando “tocca il mondo contadino, o dei pescatori”.
    Si vuole, infatti, andare al cuore di quegli “aspettipiù importanti dell’ideologia arcaica” che per De Martino sono ancora tutti da esplorare ed esaltare. Bisognerà attendere il decennio successivo, probabilmente, con la mediazione della cultura francese,
    perché la ricezione del cinema neorealista ponga le basi di una ricerca profonda di quell’ideologia arcaica, ma nella forma politicizzata e militante, del cosiddetto “terzo cinema”.