Documentario turistico di Mino Doletti
    in “Como Villa Olmo”, inserto speciale de “Il Broletto”,
    settembre-ottobre 1936
    di Andrea Mariani

    Tra il 26 settembre e il 10 ottobre 1936 si tenne nella città di Como il Primo Concorso Internazionale di Cinematografia Scientifica e Turistica, negli spazi della lussuosa Villa Olmo, sulle rive del lago. L’evento ebbe una rilevanza notevole, tanto da proseguire l’anno successivo (1937) nello stesso periodo e richiedere l’intervento del Duce in persona per la sua sospensione nel corso del terzo anno (1938), per volere del comitato della Mostra veneziana. Venezia si vedeva, nientemeno, minacciata dall’iniziativa che avveniva in contemporanea alla Mostra, che infatti nel frattempo aveva inaugurato sezioni concorsuali aperte anche al passo ridotto, ovvero ai cortometraggi. La Mostra comasca è dunque un esperimento interessantissimo, di breve durata, che puntava alla valorizzazione della produzione cinematografica documentaria “indipendente” o “sperimentale”, semi-amatoriale, e non a caso sui temi scientifici e turistici: la tecnologia “leggera” del passo ridotto stava assumendo un peso sempre maggiore a livello istituzionale, in ambito educativo, scientifico, ma anche politico (pensiamo alle strutture dei Cineguf: questi infatti tennero il loro primo convegno nazionale nel corso della manifestazione).
    La città di Como è sede eccellente, il tema del turismo naturalmente è sollecitato dalle strutture governative del territorio, che tentano un rilancio sul tema del cinema e si propongono come appuntamento festivaliero “alternativo” alla Mostra veneziana: laddove questa è “spettacolare”, la mostra di Como sarebbe “sperimentale”. Il numero sul Primo Concorso Internazionale di Cinematografica Turistica e Scientifica, da cui è tratto questo pezzo, conta più di 90 pagine e include in perfetto equilibrio una prima metà dedicata alla Mostra (con prestigiosi interventi di Attilio Terragni, podestà, Luigi Freddi, Filippo Sacchi, Luciano De Feo, Luigi Chiarini, Mino Doletti, Giovanni De Tomasi, Jacopo Comin, Mario Gromo, lo scenografo e architetto Antonio Valente, Anton Giulio Bragaglia, Fabrizio Sarazani, Enzo Ferrieri, Umberto Folliero: e si tratta di un periodico locale!) e una seconda metà dedicata al Notiziario Turistico (con articoli sulle Opere del Regime, Perché il lago di Como è preferito, Campione d’Italia, Il lago di Como, Visioni di Lecco, La Casa del fascio di Como dell’Arch. Terragni, Il Duomo di Como, Paesaggi Lariani e così via). L’intervento del giovane Mino Doletti – che proveniva dalle fila del Cineguf bolognese e che di lì a poco avrebbe fondato la rivista “Film” – è indicativo di una serie di questioni di “sistema” nel dibattito italiano coevo.
    Il tema del turismo e nella fattispecie della rappresentazione del territorio italiano era legato a doppio filo alle questioni sull’“italianità” nel dibattito prima della Rinascita del cinema italiano dopo il disastroso decennio degli Anni ’20 e poi della cosiddetta cinematografia fascista, e in secondo luogo sul realismo, tema che naturalmente si intrecciava a questioni identitarie e politiche. Semplificando brutalmente, il realismo sarebbe stata garanzia di “trasparenza” e “evidenza” nella rappresentazione dell’italianità fascista del nuovo cinema: come però questo dovesse declinarsi sul piano formale era oggetto di dibattiti mai finalmente risolti. Elemento significativo è il fatto che la Mostra del documentario accogliesse un’impressionante mostra sulla scenografia, curata da giovani architetti razionalisti con la supervisione di Filippo Sacchi e elogiata da Enzo Ferrieri (anfitrione della cultura cinematografica tra Anni ‘20 e ‘30): sottotraccia s’innerva dunque la questione delle riprese in interno (la questione della costruzione di una scenografia) e in esterni (in ambienti naturali)… centrali nel dibattito sul realismo.
    Nelle parole di Doletti la questione del formato – a passo ridotto o a passo normale – acquista un senso ulteriore (rispetto alla polemica sullo sfondo, tra spettacolare e sperimentale): a fronte di un bilancio negativo per il passo normale, le speranze si rivolgono implicitamente al passo ridotto (il protagonista pressoché assoluto della manifestazione) che può contare sulla mobilità e flessibilità dell’infrastruttura tecnologica, sulla maggior pervasività nel territorio italiano (la diffusione delle tecnologie a passo ridotto nelle aree della provincia e in segmenti della popolazione – spesso giovanile – che non poteva permettersi la tecnologia a passo normale): là dove non arriva l’occhio del Luce.