Dalla Polinesia a Europa di notte
    da “Cinema nuovo”, n° 140, 1959.
    di Andrea Mariani

    Siamo agli albori di una nuova stagione cinematografica, che di lì a poco avrebbe visto scatenarsi le accuse più virulente e moralistiche contro un cinema bieco e truce: è la fondamentale stagione di una mutazione, la distorsione e deviazione del documentario italiano in quello che, fanzine di tutto il mondo, hanno poi chiamato mondo movies. Europa di notte (1959) segue nella carriera di Alessandro Blasetti due fondamentali tracciati: la sperimentazione del mezzo televisivo (ancora più evidente nelle sue influenze sistematiche con Io amo, tu ami…(1961)e il genere documentario, coltivato fin dagli anni bellici e mai abbandonato. Europa di notte, scriveva Spinazzola nell’articolo precedente questo scambio che pubblichiamo in Reprint, “ha l’importanza di un sintomo ed al tempo stesso di una indicazione per il futuro”. L’esperimento di Blasetti era a tutti gli effetti radicale: “un documentario senza star di richiamo, senza storia, per di più senza episodi e nemmeno collegamenti”. La voice over di Gualtiero Jacopetti (allora collaboratore alla sceneggiatura del film) – voce che sarà spesso al centro di violenti attacchi nei successivi mondo movies da lui diretti – non fa che dissolvere ulteriormente la labile coerenza del materiale: “una frantumazione ancora più provocante del racconto unico” – disse poi Blasetti in un’intervista rilasciata a “Cinema Nuovo” nel 1978 – “uno spezzatino di documentari ammucchiati in chissà quale guazzabuglio e in chissà quale padellone filmico”. Il mezzo televisivo – già al centro di alcune sequenze del film e evidente nell’approccio mimetico di Blasetti alla “diretta-tv” – col suo potenziale di detonazione e frammentazione dell’esperienza mediale (da questo punto di vista Europa di notte è chiaramente una cruciale e “sintomatica” riflessione meta-linguistica) si infila nella struttura del film, creando spazio e modellando un perfetto contenitore, “un format”, attorno al quale nell’esplosione del filone documentaristico successivo, col pre-testo del documentario, si sarebbero addensate esposizioni fantasmagoriche e finzioni documentarie su “notti”, “sesso” e “mondo”, dagli angoli più reconditi del globo e della Storia. Erotismo ed esotismo erano gli assi attorno cui più esplicitamente ruotava il capostipite di Blasetti: complice – almeno secondo la vulgata storica sui mondo movies – la chiusura della case di tolleranza (Peppino Ortoleva nel suo Il secolo dei media è il primo a rilevarne la significativa coincidenza), il filone che si stava inaugurando diventava occasione di “eccitazione vicaria”, di un’iniziazione almeno immaginaria. Se Blasetti ha certamente l’intuizione di chi sa cogliere, con singolare tempismo e perspicacia, gli umori di un’Italia che s’incamminava a grandi passi verso il “il boom”, dall’altra Spinazzola interroga un successo popolare – Europa di notte fu uno sbalorditivo campione d’incassi nella stagione ’59-’60 (e Spinazzola era da sempre attentissimo al peso dei numeri: suo l’ancora fondamentale Cinema e pubblico: lo spettacolo filmico in Italia 1945-1965) – e lo interroga con – già – inquieto sospetto sulle ricadute: su quale “indicazione per il futuro”. Il decennio dei Sessanta vide una radicalizzazione dello shockumentary di matrice Jacopettiana, che lascerà un segno importante nell’immaginario del cinema italiano: negli Anni ‘70 si assisterà non solo a una germinazione del sotto-filone erotico-esotico, ma anche a una disseminazione di tali immagini in fumetti, fotoromanzi, riviste di costume, albi illustrate ecc… Celeberrimo poi, e giustamente ricordato, il mockumentary che occupa la prima metà di Cannibal Holocaust (1980) di Ruggero Deodato. Blasetti da parte sua, in quanto progenitore del genere, ebbe la sua parte di reprimende e giustificazioni (spesso moralistiche).