Contro la permissività di Stato di Pier Paolo Pasolini
    da “Cinema Sessanta”, gennaio-aprile 1976, pp. 18-20
    di Andrea Mariani
    Pubblicato nello stesso periodo (primavera 1976) dalla rivista “Cinema Nuovo” (diretta da Guido Aristarco) e “Cinema Sessanta” (fondata da Mino Argentieri, diretta collegialmente, con il coordinamento di Spartaco Cilento), l’articolo che qui presentiamo diventa naturaliter – nelle pagine delle riviste – un omaggio polemico e militante al poeta scomparso pochi mesi prima (il 2 novembre 1975). “Cinema Sessanta”, in particolare, animava da tempo una battaglia contro ogni forma di censura e pressione politica: proprio Mino Argentieri pubblicava, nel 1974, la prima edizione del suo La censura nel cinema italiano, per Editori Riuniti (che già pubblicava “Cinema Sessanta”), il primo importante lavoro di ricerca sulla censura cinematografica in Italia. Il 14 dicembre 1974 vedeva Pasolini prendere la parola al convegno “Per una cultura democratica contro la censura di Stato”, organizzato a Bologna dal circolo Arci “Cesare Pavese”, che qui ripubblichiamo; ma il 1976 (quando questo intervento viene pubblicato) è di converso anche l’anno del calvario giudiziario di Salò, l’ultima opera del poeta scomparso: dopo una prima proiezione a Parigi, il 9 dicembre 1975 il Salone Pier Lombardo e il Club Turati organizzarono a Milano una serata a inviti con un dibattito sulla censura, che si concluse con la proiezione del film. Poco dopo la Commissione di appello di revisione cinematografica autorizzava la proiezione pubblica del film senza nessun taglio, ma l’11 gennaio 1976 fu oggetto della prima denuncia e da lì ebbe vita difficile, fino almeno alla fine del decennio. Da una parte non va dimenticato che sono passati solo pochi anni dal “rogo” di Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci (non a caso presente al dibattito bolognese organizzato dal circolo Arci e tra i promotori della proiezione parigina di Salò); dall’altra la Legge sul cinema del 1965 non fa che fotografare la progressiva perdita di forza e sistemicità degli organismi censori nel decennio dai 60’ ai 70’, come sottolinea Gian Piero Brunetta, di fronte a una produzione sempre più dilagante di film che forzano progressivamente i limiti della rappresentazione del sesso e della violenza negli anfratti più reconditi del cinema commerciale: “I tagli che verranno propositi, le modifiche e gli interventi che si registrano, nel decennio che segue, sono per lo più semplici formalità burocratiche, atti di presenza che mirano soprattutto a frenare, con juicio, il dilagare del sesso a tutti i livelli della produzione” e “anche il magistrato, come il censore amministrativo, si accorge di svolgere un lavoro sempre più anacronistico”. Tuttavia, fino al decennio degli 80’, non si arriva ad alcuna revisione del quadro legislativo e l’intervento di Pasolini va dunque letto tra gli estremi tentativi di soffocare gli ultimi fuochi della censura. Il consueto gusto provocatorio e paradossale del poeta friulano però, nel ribaltare la prospettiva sulla censura di Stato e problematizzare il dilagante erotismo del cinema commerciale, contribuisce a mettere in luce un epocale cambiamento che passa sottotraccia, e che si rivela il vero cuore dell’invettiva: la “massa” riempie i discorsi e i vocabolari di produttori, esercenti, critici, spodestando progressivamente l’idea stessa di “popolare”. È la società di massa il vero oggetto dell’attacco Pasolini e il “fantasma della libertà” che il sistema capitalistico gli accorda, invocando una “censura democratica contro la permissività dello Stato”, dove la permissività capitalistica è “elemento della alienazione e della nevrotizzazione degli individui”. Poi chiarisce il punto: “Respingere il distinguo reazionario, codificato appunto nel Codice Rocco, tra opera comune e opera d’arte”, dove certamente “anche le opere pornografiche e commerciali hanno perfettamente diritto di essere”, ma la permissività capitalista legittima la volgarità pornografica di opere commerciali, mentre continua a non “tollerare le opere d’arte in cui l’elemento erotico ha sempre un senso culturale-politico” e, dunque, “dobbiamo riassumere come valida – valida non certo sul piano giuridico – la distinzione tra opera pornografica commerciale, voluta in realtà dal potere di oggi, e opera pornografica-poetica”: è attraverso questo tipo di permissività che “le masse lavoratrici sono gravemente contagiate dall’ideologia edonistica del nuovo potere e che nella fattispecie sono convinte di vivere una certa libertà sessuale” e, conclude, “non c’è niente di così frustrante che l’obbligo di realizzare la libertà concessa, elargita specialmente, com’è naturale, per i meno privilegiati”.