Cinema e Università di Gianni Bisiach
    da “Cinema Nuovo”, 15 gennaio 1954, anno III, p. 1
    di Andrea Mariani

    Proponiamo in Reprint un altro contributo ricavato tra le pieghe degli interventi più marginali in corpo a una rivista: frammenti che, da storici, siamo meno abituati a considerate, più attratti dagli interventi maggiori, dagli articoli centrali. Si presume che le dinamiche proprie di un determinato periodo storico, soprattutto in fasi congiunturali di una società o di una cultura, possano illuminarsi in modo nuovo se investigate nei territori dell’effimero e del quotidiano: e le rubriche dei lettori spesso ci portano in questi territori. Mettere al centro della ricerca tali produzioni epitestuali consente di comprendere alcuni nodi spesso significativi, oppure di cogliere la presenza di personalità altrimenti tendenzialmente più defilate nel dibattito critico sulle riviste. È il caso del goriziano Gianni Bisiach, intellettuale dalla gioventù avventurosa e assai varia: meteorologo al Royal Air Force in Asmara, dove ha compiuto i primi studi in medicina, che coltiverà anche a Roma; brillante ricercatore anestesista, lo ritroviamo negli Anni ’50 intraprendere la carriera intellettuale in forza alla redazione di “Incontri oggi”, insieme a Luchino Visconti, Carlo Lizzani, Renato Guttuso, Enrico e Giovanni Berlinguer, Ugo Attardi e Renzo Vespignani. Negli Anni ‘60 guadagnò la ribalta con i reportage documentari sui Kennedy: soggetto che lo appassionerà per molto tempo, gli garantirà una competenza riconosciuta e gli aprirà la strada della divulgazione storica, ma che tuttavia non gli impedirà di coltivare un’attività documentaristica e giornalistica di primo livello, spesso in collaborazione con la rete nazionale.
    Il documento che riportiamo su Reprint è una breve, ma puntuale, lettera che Biasiach, allora studente universitario a Roma, indirizza al direttore della rivista “Cinema Nuovo”, Guido Aristarco, e il tema della lettera è al centro di un vivace confronto all’interno degli atenei. Bisiach si firma “Socio del CUC di Roma”: l’esperienza dei “Centri Universitari Cinematografici” testimonia un’avanguardia complessa della cultura cinematografica italiana nel dopoguerra, animata da una rete di cine-club universitari, in seno all’UNURI (Unione degli organismi rappresentativi universitari) sorti con l’obiettivo “politico” di portare il cinema – per eccellenza di massa – nelle Università. I CUC ricalcavano nella loro costituzione di base la struttura che, in periodo fascista, assunsero i Cineguf (sono molte le affinità e le continuità), salvo farsi carico, in fasi diverse, di urgenze varie: in profondità, e soprattutto per i primi dieci anni di vita dei CUC (dal ’49 al 60), ci raccontano l’attraversamento di una generazione al post-fascismo e alla fase democratica, fase complessa, tormentata e frazionata dalle molteplici anime politiche che pure gli organismi rappresentativi studenteschi incarnavano; più in superficie, e con cruciale incidenza fino alla metà degli Anni ’60, l’istituzionalizzazione disciplinare degli studi sul cinema nelle Università. La lettera di Bisiach arriva poi dopo un’estate caldissima su questi temi, per i CUC – l’estate del 1953, con il Convegno di La Spezia e l’esplosione del numero dei CUC sul territorio nazionale: durante quel convegno un giovanissimo Ernesto Laura ebbe modo di affermare: “Noi crediamo all’attività dei CUC proprio perché essi s’inseriscono nell’Università e partono dall’Università che ha per sua funzione propria di formare le nuove generazioni e può contribuire alla trasformazione della società” (Laura, Cinema e Università, “Cinema”, n. 126, 1954). Sullo sfondo il cambio di percezione del cinema non più e soltanto come forma d’arte, ma come documento del tempo e “mezzo per modificare il tempo”, come dettagliò Laura. Bisiach, tra i pochissimi a mettere in luce la questione nel dibattito coevo, sottolinea però un fattore determinante, eppure ampiamente sottovalutato da questa prima fase del confronto, che nonostante tutto tradisce un inquadramento estetico incerto, in lenta evoluzione (in viaggio dall’Idealismo al Marxismo), dove il cinema resta ancora subordinato a strumenti di decifrazione che non gli sono propri. Da giovane medico, Bisiach sottolinea in prima istanza l’intrinseca trasversalità del medium cinematografico e la sostanziale resistenza a una riduzione disciplinare univoca o peggio ancora di secondo grado; a suscitare perplessità, è poi il principio stesso dell’incardinamento del cinema – soprattutto se l’esito ultimo è una subordinazione disciplinare – e la naturale estraneità del cinema, nella visione del giovane medico, alle strettoie degli accademismi e dei calendari didattici.