Cinema e scuola: nuove prospettive. Prolusione di Roberto Rossellini
    da “Rivista del cinematografo”, settembre-ottobre 1963, pp. 392-395/405-407.
    di Andrea Mariani

    Tra il 20 e il 27 luglio 1963, Roberto Rossellini venne invitato a Frascati per una settimana di studi su “L’educazione cinematografica e la scuola”: l’evento era organizzato dal Centro Europeo dell’Educazione e dal Centro Studi Cinematografici. Rossellini, in quel momento, aveva già da tempo abbracciato il campo dell’informazione e della didattica; il contributo che qui riportiamo – e che, per ragioni di ampiezza, possiamo trascrivere solo parzialmente, nelle sue prime argomentazioni – restituisce non solo i riflessi di un’epoca che stava “disciplinando” la materia e il linguaggio cinematografico in ambiente didattico e scientifico (nelle scuole – come strumento – ma anche nelle Università – come disciplina scientifica), ma è anche un singolare ed efficace esempio delle contaminazioni e interrelazioni retoriche, teoriche e poetiche, lasciate sul terreno del confronto intellettuale dal generale e pervasivo impegno di Rossellini, in ambito cinematografico e diremmo addirittura genericamente mass-mediale.
    Il contributo che qui riportiamo si presterebbe facilmente a un esercizio di natura filologica, dove si rintraccerebbe la ricorsività di argomenti, tropi, locuzioni in ambienti e per dimostrazioni di varia natura: va infatti considerata la cruciale convergenza di discorsi legati all’impegno formativo, all’opzione – poetica e stilistica – del cinema-saggio (soprattutto dopo il ritorno dall’India), alla teoria di un cinema didattico pensato per e fuori dai tradizionali canali scolastici di distribuzione, fino ai temi legati alla “spettacolarizzazione” della società di massa e all’uomo-massa; e di pratiche didattiche o educative, per esempio quelle di Rossellini stesso nelle aule del CSC, ma anche genericamente quelle pratiche dell’audiovisivo che traducevano un’esplorazione euristica e a suo modo “sperimentale” di “nuove” forme (non)narrative, distributive, fruitive, in primis con la sua società: la FIDEC. Non stupisce dunque che parti di questo testo e gli stessi argomenti siano letteralmente rintracciabili in un intervento del 1962 dedicato proprio alla presentazione della FIDEC (dove discute di un audiovisivo per la “formazione della mente”) o ancora prima nel 1961, a una “tavola rotonda sul cinema italiano” organizzata dalla Titanus a Milano, dove discute dei “mezzi audiovisivi e l’uomo della civiltà scientifica e industriale”.
    Grazie soprattutto al lavoro sistematico di Gianni Rondolino e Adriano Aprà sulla sua figura e la sua opera – un lavoro che va molto al di là della mera prospettiva autoriale – possiamo riferirci a un organon da cui appare chiara la profondità, la complessità e le migrazioni interdisciplinari della visione e delle strategie operative di Rossellini, che riguardano non solo e non tanto il cinema, ma il cinema nel sistema dei media e ancora più sorprendentemente – e la prima parte di questo intervento come di molti altri simili
    lo rivela – una prospettiva complessa sul medium audiovisivo all’interno di uno sviluppo della civiltà dell’uomo. Più precisamente, la sua tensione chiaramente enciclopedica ci restituisce una sempre più matura coscienza del mezzo (medium) e dei mezzi (media) che insieme formano e si conformano (a) una civiltà (studiata e concepita con un senso assai esteso e dilatato della temporalità storica); inoltre – nella concezione di un audiovisivo educativo come “formazione della mente” – vi è la capacità di collocare lucidamente le implicazioni materiali e sensibili (e sensoriali) del medium audiovisivo nella modernità dell’uomo: questo punto in particolare merita di essere compreso valutandone poi le emersioni anche nelle produzioni per esempio di L’Età del ferro (pensata e scritta proprio a partire dal 1963) e poi de La lotta dell’uomo per la sua sopravvivenza.
    L’engagement di Rossellini, ben sappiano, non si limita alla speculazione teorica: è esattamente l’interdipendenza tra teoria e pratica dell’audiovisivo a rendere tanto rilevante questa fase della sua carriera intellettuale. È qui che il suo sforzo diventa letteralmente intervento politico, quando poi questi stessi argomenti si condensano in un vero e proprio manifesto, il 13 luglio 1965, in cui si proclama la “necessità di superare quel clima di disagio e smarrimento, proprio della civiltà occidentale ontemporanea, che l’arte e la cultura si limitavano a documentare, a riflettere, passivamente, quasi compiacendosene” (da Gianni Rondolino, Rossellini, p. 294).