Le mie avventure sulla Muraglia cinese di Carlo Lizzani
    da “Cinema nuovo”, n. 156, marzo-aprile 1962, pp. 155-156
    di Andrea Mariani

    Durante gli Anni ’50, l’intellighenzia del cinema italiano rivolge grande attenzione al cinema e al mondo politico asiatico, colpito tra la fine degli Anni ’40 e primi ‘50 da epocali guerre civili e rivoluzioni. L’Armata Rossa guidata da Mao, uscita vincitrice nel 1949, proclamava la Repubblica popolare cinese. Il Sud-est asiatico di lì a poco avrebbe coinvolto l’intero blocco occidentale in un complesso e controverso posizionamento intellettuale e culturale (oltre che militare), dalla durata pluri-decennale e dalle conseguenze sociali e politiche acutissime: un campo di tensioni di pensiero e azione tanto violento, quanto profondo. Durante il 1957 Ugo Casiraghi, Corrado Sofia, Giulio Macchi, Nelo Risi e Franco Solinas formarono una prima delegazione in visita in Cina per un mese, con l’obiettivo di “studiare sul posto il più recente lavoro dei colleghi cinesi” (Ugo Casiraghi, Il cinema cinese oggi su “Il calendario del popolo”, 1957). Giunti nella neo-fondata Repubblica, incontrano il collega Carlo Lizzani, che stava allora lasciando il Paese, dopo aver girato per primo, in collaborazione con la Repubblica Popolare, un documentario sulla rivoluzione maoista e la condizione di colonia inglese di Hong Kong. Quello che proponiamo su Reprint è la lettera che Lizzani scrive a Guido Aristarco, direttore di “Cinema nuovo”, presentando la pubblicazione “a freddo” di una selezione di pagine dal diario di quell’impresa. “Ho esitato a lungo prima di decidere la pubblicazione di queste mie note – scrive Lizzani – perché da esse risulta un mio continuo, radicale disaccordo con i dirigenti della cinematografia cinese, un atteggiamento critico nei confronti di molti aspetti della loro mentalità, organizzazione ecc., e anche verso aspetti generali della cultura e del costume cinesi”: rimandiamo alla lettura delle pagine del diario sui numeri 156 e 157 di “Cinema nuovo”, tuttavia vogliamo soffermarci qui su alcuni passaggi di questa lettera introduttiva, significativi per un inquadramento del documentario d’autore italiano di quegli anni. La soggettività e il posizionamento di Lizzani in queste brevi note è centrale e domina il tono e gli argomenti. Si può dire che la “funzione” dell’autore nel film di viaggio sia al centro non solo di queste brevi note private (poi pubblicate) ma anche del film in oggetto: La muraglia cinese (1958), un pamphlet cinematografico dall’esplicito e partigiano posizionamento politico. Marco Dalla Gassa ha recentemente dedicato un ricco studio al film di viaggio d’autore, che aiuta spesso a chiarire opere che oscillano tra il film sperimentale, il documentario etnografico e l’autobiografia (Orient (To) Express, 2016). I cineasti in viaggio – e il caso di Lizzani e dei suoi paratesti, come questa lettera e i diari, ne sono un caso particolarmente significativo – articolano in modi, forme e generi spesso molto vari una “concettualizzazione” della propria presenza “in un territorio di alterità” da cui non possono – e non vogliono – escludersi: il documentario d’autore in questo senso non fa che esplicitare processi auto-etnografici (Dalla Gassa, 2016). Il cine-pamphlet – riprendendo una felice definizione dello studioso – rientra nei generi e nelle forme di questo discorso “autoriale”. La muraglia cinese – articolata sintesi tra documentario d’autore, docu-fiction, cinema etnografico e film militante – ci racconta l’ingresso di un autore “partigiano” nel flusso degli eventi storici ed epocali dell’universo cinese e, come spesso accade nel cine-pamphlet, manifesta “una partigianeria che è, giocoforza, l’attestazione di uno sguardo di parte”; ma la lettera che introduce il diario e che qui ripubblichiamo rivela anche un secondo elemento decisivo del documentario d’autore: la distanza. La scrittura del sé autoriale assume un peso tale da non poter che constatare una lontananza incolmabile: “Le ragioni dell’altro perdono incisività e la pratica si sbilancia dalla parte di chi è (f)autore della ricerca e non di chi ne è oggetto”. Il fulcro tematico della lettera, d’altra parte, non fa che ribadirlo e costatarlo amaramente: “Io credo che il diaframma che mi ha tenuto lontano dalla realtà cinese nello svolgimento del mio lavoro in quel paese sia, per i cineasti cinesi, altrettanto spesso e imbarazzante. E questo per ragioni non soltanto contingenti: censura, burocrazia, neostalinismo. […] Ma anche per ragioni storiche, di tradizione: mancanza per esempio di una grande stagione realista nella letteratura, nella pittura, nel teatro come nell’Ottocento europeo”. È una distanza culturale quella attestata con amaro senso di autocoscienza da Carlo Lizzani: in quanto autore, in quanto narratore occidentale, in quanto comunista italiano.