Brass contro Morandini
    da “Cinecritica”, luglio 1980, n° 6.
    di Andrea Mariani

    “L’intolleranza estetica conosce violenze terribili”, scriveva il sociologo francese Pierre Bourdieu ne La distinzione, la sua opera capitale sul gusto. Poneva l’accento sull’inevitabile “crudeltà” alla radice dell’idea stessa di una “distinzione” di gusto, un’operazione che unisce e separa, necessariamente e inevitabilmente a livello sociale (e relazionale). Gli Anni ’70 – come la letteratura recente ha già discusso, spesso brillantemente – sono un terreno di ridefinizione e riqualificazione cruciale del gusto e della cultura cinematografica italiana. Lo scambio di battute al vetriolo che presentiamo qui, non porta solo traccia di uno dei più celebri “scontri” di Morando
    Morandini – allora critico del quotidiano “Il Giorno” -, ma, se letto in filigrana, rappresenta un “sintomo” piuttosto chiaro della complessità che la sfera culturale italiana del decennio dei ’70 descriveva e della maturazione di tensioni fondamentali cresciute e trasformatesi nel corso di quegli anni. Oggetto del contendere è Action (1979) di Tinto Brass, film importante, sebbene indubbiamente sghembo: non è solo un passaggio ineludibile per comprendere l’evoluzione della carriera di Brass dopo il parossismo produttivo di Caligola (se ancora può dirci qualcosa un discorso critico di questo tipo), ma è soprattutto un’opera che condensa – coscientemente o ancora sintomaticamente – quelle “mutazioni” che investono il mondo produttivo (l’entropia dei generi: in Action il poliziottesco) così come l’universo del gusto (il fenomeno del porno e in generale il discorso sulla messa in scena del desiderio sessuale). La reazione del critico (che condensa il giudizio) è quindi parte integrante di questa complessa fase che abbraccia il passaggio dai ’70 agli ‘80. Ecco, dunque, l’occasione ghiotta di introdurre un
    confronto, equamente rappresentato, tra il campione del cinema trasgressivo e il decano della critica cinematografica italiana. Action è doppiamente centrale in questo discorso,
    in quanto film esplicitamente erotico (esprimendo un discorso imperniato sul corpo e l’atto sessuale financo pornografico) e sperimentale (quindi teorico, metalinguistico,
    programmaticamente sconcertante sul piano tecnico). Il poliziottesco e l’erotico condensano due fondamentali rimozioni nella sfera critica degli anni ‘70: l’atto violento e
    l’atto sessuale, entrambi troppo diretti all’emotività spettatoriale per un sistema discorsivo impegnato a “rimuovere il coinvolgimento dell’affettività nel fatto estetico” (come ha giustamente scritto Claudio Bisoni). Eppure la virulenza dell’alterco nasconde una contraddizione ancora più complessa: il recupero, sul finire del decennio, da parte di alcune frange critiche, di un discorso sulla rappresentazione del desiderio sessuale e direttamente sul porno (seppure in chiave di decostruzione post-strutturalista: gli interventi del giovane Paolo Mereghetti e dei “brigatisti del porno” alla rassegna
    del Cineclub Brera di Milano nel 1978). La natura squisitamente – e sregolatamente – sperimentale del film di Brass non fa che incrementare la differenza e la tensione: la critica – soprattutto quotidianista – tradiva ancora una sostanziale diffidenza verso un discorso serio sulla tecnica (spesso scambiata per tecnicismo sterile) e la volontaria cecità nei confronti di uno stile che, soprattutto nell’articolata costellazione del cinema dei generi e dei filoni, andava stratificandosi, inspessendosi, di pari passo con la revisione della figura del regista e dell’ “autore”. Come nella migliore tradizione dei duelli d’onore, al contrario di quanto auspicato da Brass, Morandini, inamovibile fino alla fine, non cambiò idea: l’ultima edizione del suo dizionario nega un commento al film e lo bolla, senza parole, con una stellina su cinque.