Bis della donna fatale di Lea Schiavi
    da “Cinema Illustrazione”, n° 5, 2 febbraio 1938.
    di Andrea Mariani

    Se il grande cinema italiano degli Anni 1910 ha indubbiamente segnato l’immaginario nazionale e internazionale con straordinarie figure femminili, imponendo perfette e originali incarnazioni della classica femme fatale (Lydia Quaranta, Lina Pini, Francesca Bertini), è senz’altro altrettanto significativo il fatto che il cinema successivo (e possiamo probabilmente includere tutto il cinema italiano successivo) abbia rielaborato con fatica una femminilità così misteriosa, seducente, proibita e pericolosa. Rischiando una brutale semplificazione, parrebbe che il cinema italiano del dopoguerra sia stato tentato piuttosto dal portarla alla luce, esporla, spogliarla, spiarla, demistificarla. Non mancherebbero certamente casi di indubbio interesse, da Lucia Bosé a Laura Antonelli: ma Isa Miranda è forse l’attrice che, incarnando quel connubio di maledettismo ed erotismo, riesce a raggiungere una densità iconica mai più toccata dal divismo nostrano. Non a caso, sono gli anni del fascismo a partorire nell’immaginario le sedimentazioni più significative di una minaccia recondita, della trasgressione, di un’attrazione-repulsione verso il proibito, di un potere impalpabile, invisibile e penetrante. A scriverne è Lea Schiavi, che probabilmente misteriosa femme fatale lo è stata davvero. Ne ha ricostruito le vicende lo storico Mimmo Franzinelli (Guerra di Spie, Mondadori 2004). Raffinata e colta cronista di moda e costume (autrice di un Galateo moderno), è stata anche un’eclettica giornalista dalla breve vita avventurosa. Piemontese, diplomata al Conservatorio di Parigi, ha poi esercitato la professione per i quotidiani “L’Ambrosiano”, “Il Tempo” e “L’impero”. Nel 1937 venne inviata nei Balcani, dove lavorò come corrispondente e continuò a scrivere anche su “Cinema illustrazione” (articoli per lo più legati al mondo hollywoodiano, con riferimenti alla stampa straniera), una decina di pezzi, fino ai primi numeri del 1939.
    Il trasferimento fu in realtà motivato dai sospetti – fondati – di essere sorvegliata dall’OVRA. A Sofia si sposò con Winston Burdett, corrispondente per la CBS e, si scoprirà, agente sovietico, e maturò un impegno sempre più convinto contro i regimi di Hitler e del Duce. Il tono apparentemente leggero e poco impegnato con cui descrive il fatalismo e il fascino di Marlene Dietrich, rivendicando “lo stile” genuinamente autentico di Isa Miranda, acquista tutt’altro significato alla luce dei retroscena. La trasferta americana di Isa Miranda, nonostante l’eclatante accoglienza da parte della Paramount, si rivelò traumatica per l’attrice e di scarso rilievo – il film È caduta una donna (1941) del marito Alfredo Guarini, al suo ritorno, ne è quasi la dolorosa elaborazione artistica e psicologica. Se la “fuga” a Hollywood di Isa Miranda si risolve con un ritorno in Patria e una seconda vita – seppur non priva di resistenze – subito consacrata dai successi di Malombra (1942) di Mario Soldati e Zazà (1944) di Renato Castellani, quella di Lea Schiavi è condannata a ben altro destino.
    Dopo le leggi raziali si rifiutò di rimpatriare con il marito e fece diversi viaggi nel Kurdistan e nell’Azerbaigian, allo scopo di contattare i connazionali residenti per combattere il nazi-fascismo. In contatto con gli italiani di “Radio Londra” partecipò attivamente, dalla fine del 1940, al Free Italy Movement: movimento di lotta antifascista con base a Londra, precedente la Resistenza. In quegli stessi mesi corrispose al quotidiano liberale newyorkese “PM”, denunciando un traffico d’armi con cui i nazisti rifornivano i curdi contro russi ed inglesi. Morì in Iran, uccisa da un manipolo di curdi, il 24 aprile 1942, in circostanza misteriose.