Il cinema italiano e i valori della famiglia di Alberto Lattuada
    da “Rivista del cinematografo”, n. 5-6, maggio-giugno 1966, pp. 337-338
    di Andrea Mariani

    Il contributo che proponiamo su Reprint è parte di un questionario somministrato dalla “Radio
    Vaticana” ai produttori Franco Cristaldi, Luigi D’Amato (direttore del settimanale cattolico “Vita”), Guido Gonella (allora presidente dell’Ordine dei Giornalisti), al giornalista Nino Longobardi, al critico cinematografico Enrico Rossetti, e ad Alberto Lattuada. La “Rivista del cinematografo” pubblica gli esiti dell’interrogazione. Da questa, qui pubblichiamo la risposta di Lattuada. Ci sono almeno due ragioni che rendono il questionario e la risposta del regista interessanti. La prima è legata al periodo di pubblicazione: l’anno 1966. Sul fronte della cultura cinematografica cattolica, l’anno vede l’ACEC (Associazione Cattolica Esercenti Cinema) organizzare un convegno per “la salvaguardia della moralità della sala”: dopo il controllo e la moralizzazione delle sale cattoliche, la preoccupazione era rivolta al circuito delle sale commerciali, al cinema come luogo della tentazione e al film come foriero di turbamenti per la massa cattolica. L’attenzione sulla moralizzazione nei primi Anni ‘60 era altissima (si pensi alla “Giornata per la Moralizzazione del cinema” del 1960: si veda Subini, “Schermi” 1, 2017); d’altra parte proprio verso la metà del decennio i temi della censura rappresentano il terreno più fertile per un riposizionamento della “Rivista” che è anche politico: il dibattito attorno a Il vangelo secondo Matteo (1964) di Pier Paolo Pasolini è un banco di prova decisivo per una progressiva apertura a Sinistra e la fine delle “preoccupazioni difensive” rispetto al “pericolo” comunista e marxista. La seconda ragione di interesse è legata alla figura di Lattuada. L’intervento muove dalla recente lavorazione del film La mandragola (1965): del film il regista ha ricordato, in altre occasioni, alcune vicissitudini produttive legate all’impulso censorio del clero (“A Urbino fummo diffidati dal vescovo, e certe scene al cimitero le dovemmo girare in fretta e di nascosto, col frate priore che protestava, perché diceva che facevamo sacrilegio”: Cosulich 1985). Lattuada però ne prende spunto per una visione morale (e a tratti moralista) della contemporaneità, che non va però confusa con un atteggiamento di facile condiscendenza con la morale cattolica della testata (“Radio vaticana”), né semplicemente come una tirata conservatrice a ridosso del Sessantotto (un passaggio epocale che sarà decisivo anche per l’identità della “Rivista”): di Lattuada, come ha ben ricordato Goffredo Fofi, vi si ritrova piuttosto quella “convinzione che certe radici fossero ancora salde e non andassero tagliate, quelle radici che erano appunto morali e borghesi, lo sguardo di quella borghesia che aveva voluto essere di modello al Paese, con un forte sentimento della responsabilità collettiva nella crescita e nello sviluppo”. Sono l’anima e la cultura borghese (e la difesa della famiglia è borghese, prima che cattolica) a rianimare lo spirito polemico del regista, che non è affatto nuovo a queste prese di posizione: ancora una volta, non è da confondersi con una polemica esclusivamente generazionale, anzi la stessa difesa dei valori morali e borghesi Lattuada la espresse da giovane studente universitario, in polemica con la decadente e compromessa cultura fascista, nella prefazione del suo libro fotografico L’Occhio quadrato. Allora quella difesa dei valori morali e di un nuovo, rinnovato, umanesimo era base e fondamento di una ricerca estetica, neorealista (fondamentale e significativa la prefazione al volume fotografico), nel 1966 quella presa di posizione si rinnova in un clima inquieto, appesantito dai primi moti di violenza politica giovanile (“Ecco perché la gioventù è così sbandata”: il 27 aprile 1966 è la data dell’omicidio dello studente Paolo Rossi) e dal dibattito sulla proposta di legge sul divorzio presentata da Loris Fortuna nel 1965 (“è molto facile la scappatoia di un’apparente franchezza, di un’apparente sincerità spinta verso la separazione, il divorzio, la fuga, la viltà, quasi, di affrontare un tormento”). Le parole di Lattuada sono pesanti e gli argomenti netti e inflessibili, ma non va dimenticato che il clima attorno a questo tema, nel campo del cinema, è incendiario dopo la presentazione, pochi mesi prima di questo intervento, del film I pugni in tasca dell’esordiente Marco Bellocchio: uno degli attacchi più violenti e disperati all’istituzione borghese della famiglia. La “Rivista del cinematografo” si conferma un campo di indagine straordinario per scavare il cuore dei conflitti morali e politici che l’Italia e il cinema italiano stavano vivendo in quegli anni.